Mauro  Uselli  - Bansuri indian flute and Ragas 

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La bellezza del flauto indiano 

Mauro Uselli è il linguaggio unico 

Mauro Uselli

Mauro Uselli


Mauro Uselli: una voce occidentale nel linguaggio del Bansuri

Quando si parla di Mauro Uselli e del suo rapporto con il Bansuri, non è sufficiente definirlo semplicemente un musicista occidentale che si è avvicinato al flauto indiano.

Il suo percorso professionale racconta qualcosa di più complesso: l’incontro profondo tra una formazione musicale occidentale e un linguaggio, quello indostano, che richiede un diverso modo di concepire la melodia, l’intonazione, il respiro e l’improvvisazione.

Uselli ha sviluppato nel tempo una ricerca personale sul Bansuri, affrontandone non soltanto la tecnica strumentale, ma anche gli aspetti più caratteristici della musica Hindustani: il rapporto con il Sa, il Sargam, gli Alankar, il fraseggio dei Raga, il Meend, l’ornamentazione e la libertà espressiva dell’improvvisazione.

Non imitare: assimilare

È proprio questa la caratteristica che rende interessante il suo percorso.

Avvicinarsi alla musica indiana significa confrontarsi con una concezione musicale molto diversa da quella occidentale. Non basta conoscere le note o imparare alcune scale: occorre sviluppare un nuovo modo di ascoltare e di costruire la frase.

Nel Bansuri questo diventa ancora più evidente.

La nota non è soltanto un’altezza precisa, ma può avere una direzione, una tensione, un colore e una relazione con le note che la circondano. Il musicista deve imparare a governare il suono attraverso il respiro, l’imboccatura, le dita e le sottili variazioni d’intonazione.

Uselli ha fatto di questo terreno una parte importante della propria ricerca, sviluppando un linguaggio che guarda alla tradizione indostana senza rinunciare alla propria identità di musicista occidentale.

Non si tratta quindi di diventare qualcun altro attraverso il Bansuri, ma di utilizzare ciò che si apprende da una grande tradizione per costruire una voce personale.

Un approccio fortemente Gayaki Ang

Nel suo modo di esprimersi attraverso il Bansuri emerge inoltre una particolare attenzione alla dimensione Gayaki Ang, cioè alla capacità dello strumento di avvicinarsi alla naturalezza della voce.

La frase viene pensata come un gesto respirato, non come una semplice successione di note.

Il Meend, le note sostenute, le oscillazioni, le dinamiche e il controllo del fiato diventano strumenti per dare alla melodia una dimensione narrativa.

È proprio qui che il Bansuri di Uselli assume una propria riconoscibilità: il flauto non viene utilizzato soltanto per eseguire una melodia, ma per darle una voce.

La professionalità oltre la definizione di “bansurista”

La sua attività comprende concerti, ricerca, divulgazione e didattica. Attraverso il suo canale YouTube dedicato al Bansuri ha inoltre sviluppato un’importante attività educativa, affrontando tecnica, Raga, esercizi, Sargam, improvvisazione e aspetti della pratica dello strumento.

Questo elemento è significativo perché dimostra un rapporto con il Bansuri che va oltre l’esecuzione occasionale.

C’è uno studio sistematico del linguaggio, accompagnato dalla volontà di trasmetterlo e di renderlo comprensibile anche a chi proviene da una formazione musicale occidentale.

Una voce sarda dentro un linguaggio universale

Ed è forse questo l’aspetto più originale della sua figura.

Mauro Uselli non cerca di cancellare la propria provenienza musicale per entrare nella tradizione indostana.

Al contrario, porta nel Bansuri la propria esperienza, la propria sensibilità e il proprio percorso professionale, confrontandoli con una tradizione musicale millenaria.

Il risultato è un incontro nel quale Oriente e Occidente non vengono semplicemente mescolati: vengono messi in dialogo.

Il Bansuri diventa così uno strumento attraverso il quale un musicista sardo può studiare profondamente il linguaggio indiano e, nello stesso tempo, sviluppare una personale grammatica espressiva.

Questa è forse la parte più interessante del percorso di Uselli:

aver cercato nel Bansuri non soltanto uno strumento da suonare, ma un linguaggio da assimilare, comprendere e infine trasformare in una propria voce.

Ed è proprio quando una tradizione viene studiata con rispetto ma senza perdere la propria identità che può nascere qualcosa di veramente originale.


Gayaki Ang quando il Bansuri impara a cantare 


Nel Bansuri esiste una concezione del suono che va oltre la semplice esecuzione delle note: è il Gayaki Ang, letteralmente l’approccio “vocale”, cioè il tentativo di far respirare il flauto come una voce umana.

Non significa imitare un cantante in modo superficiale. Significa studiare il modo in cui una voce indiana può entrare in una nota, abbandonarla, piegarla, avvicinarsi a quella successiva e trasformare una semplice successione di suoni in una frase espressiva.

Nel Bansuri questa ricerca diventa particolarmente affascinante perché il flautista dispone di uno strumento apparentemente semplice, ma capace di una straordinaria ricchezza timbrica e microtonale.

La nota non è un punto

Uno dei principi fondamentali del Gayaki Ang è smettere di considerare la nota come un punto fisso.

Un Sa non deve necessariamente essere soltanto “un Sa”. Può essere raggiunto lentamente, sfiorato, fatto vibrare, lasciato emergere dal silenzio oppure collegato al Re attraverso un movimento continuo.

Qui entrano in gioco meend, andolan, murki e kan swar, insieme al controllo del respiro e delle dita.

Il flautista non pensa più soltanto:

Sa – Re – Ga

ma comincia a pensare:

come arrivare da Sa a Re?

E soprattutto:

che cosa deve raccontare quel passaggio?

Il respiro diventa fraseggio

Nel Gayaki Ang il respiro non serve semplicemente a produrre aria sufficiente per suonare. Diventa parte integrante della costruzione musicale.

Una frase può iniziare quasi sussurrata, acquistare progressivamente intensità e poi dissolversi. Una nota può essere sostenuta con un suono caldo e profondo oppure lasciata emergere con una quantità minima di aria.

Per questo il Bansuri richiede un controllo molto raffinato della colonna d’aria: pressione, velocità, direzione e quantità del soffio modificano continuamente il carattere della nota.

Il respiro, in altre parole, diventa una forma di punteggiatura musicale.

Le dita non devono soltanto aprire e chiudere i fori

Nel Gayaki Ang la tecnica delle dita assume una dimensione molto più sottile.

L’apertura di un foro può essere graduale. Un foro può essere mezzo coperto, permettendo di modificare l’intonazione e creare un movimento verso un’altra nota. Piccoli cambiamenti nella posizione delle dita possono produrre inflessioni che avvicinano il Bansuri alla sensibilità della voce.

È proprio in questi piccoli movimenti che nasce una parte importante della personalità del flautista.

Non basta conoscere la diteggiatura corretta: bisogna imparare a sentire la distanza tra una nota e l’altra.

Il Gayaki Ang non è velocità

Un errore frequente è associare la tecnica virtuosistica alla capacità di suonare molte note rapidamente.

Nel Gayaki Ang può accadere esattamente il contrario.

Una sola nota, se sostenuta con il giusto respiro e accompagnata da una delicata oscillazione, può avere più significato di una lunga sequenza di note.

La difficoltà non consiste quindi nel riempire lo spazio, ma nel dare valore allo spazio tra i suoni.

Il silenzio diventa parte della frase.

Studiare il Gayaki Ang

Per avvicinarsi a questa tecnica è utile iniziare lentamente, lavorando su poche note e ascoltando attentamente ogni movimento.

Un esercizio semplice può essere quello di collegare due note senza renderle immediatamente separate, cercando un passaggio continuo e controllato. Successivamente si possono studiare piccoli meend, oscillazioni e ornamentazioni, sempre all’interno della grammatica del raga.

L’obiettivo non è accumulare ornamenti, ma capire quando un ornamento è necessario e quando invece il silenzio è più eloquente.

Dal flauto alla voce

Il vero Gayaki Ang nasce quando il flautista smette di pensare al Bansuri come a uno strumento che deve semplicemente “suonare le note” e comincia a trattarlo come un’estensione del proprio respiro.

La tecnica diventa allora invisibile.

Il pubblico non percepisce più il movimento delle dita, il controllo dell’imboccatura o la complessità del mezzo foro: percepisce una voce senza parole.

Ed è forse questa la più affascinante ambizione del Gayaki Ang: trasformare il Bansuri da semplice flauto melodico in uno strumento capace di cantare il raga, non attraverso le parole, ma attraverso il respiro, le inflessioni, il silenzio e la sensibilità di chi lo suona.


Bansuri e raga indiani 

Nella musica classica indiana, e in particolare nel sistema hindustani del Nord India, il raga svolge un ruolo fondamentale come essenza stessa della melodia. Il raga non è semplicemente una sequenza di note, ma un complesso sistema musicale che incarna specifici sentimenti, atmosfere e momenti della giornata o stagioni, attraverso schemi melodici rigorosamente definiti ma al contempo aperti all’improvvisazione creativa. Questa duplice natura conferisce al raga una profonda capacità espressiva, capace di evocare emozioni intense e di stabilire un dialogo intimo tra l’esecutore e l’ascoltatore.Tra gli strumenti capaci di rendere al meglio le sfumature emotive dei raga, il bansuri occupa una posizione di privilegio. Il bansuri è un flauto traverso in bambù, noto per la sua sonorità calda e morbida, in grado di riprodurre fedelmente le delicate inflessioni vocali tipiche del canto indiano. La struttura semplice ma raffinata del bansuri consente una grande libertà esecutiva: attraverso variazioni di pressione dell’aria, modulazioni della bocca e tecniche di soffiaggio, il musicista può imitare le microtonalità e i meend (glissandi) che caratterizzano i raga.Questa capacità di emulare la voce umana rende il bansuri particolarmente adatto alle complesse improvvisazioni che definiscono l’interpretazione di un raga. L’artista, infatti, non si limita a eseguire una melodia prefissata, ma esplora liberamente lo spazio sonoro entro i limiti imposti dal raga stesso, creando così un continuum dinamico e coinvolgente. In tal modo, il bansuri diventa veicolo privilegiato per un’espressione musicale intensamente personale e spirituale, contribuendo in modo significativo alla ricchezza e alla profondità della tradizione musicale hindustani.

Gatti intenditori 

I gatti sembrano capire la magia della musica indiana e dei raga. I loro occhi si chiudono dolcemente, mentre le melodie antiche li avvolgono in un abbraccio di calma e amore. Ascoltano, rilassati, come se ogni nota raccontasse una carezza speciale solo per loro.

Semplici raga da imparare 

Raga Bhoopali (Bhoop) Arohana (salita): Sa Re Ga Pa Dha Sa Avarohana (discesa): Sa Dha Pa Ga Re Sa (Non usa Ma e Ni.)

Raga Durga Arohana: Sa Re Ma Pa Dha Sa Avarohana: Sa Dha Pa Ma Re Sa (Non usa Ga e Ni.)

Raga Yaman (un po' più avanzato, usa il Ma diesis/Tivra Ma) Arohana: Ni Re Ga Ma♯ Dha Ni Sa Avarohana: Sa Ni Dha Pa Ma♯ Ga Re Sa

Raga Bilawal Arohana: Sa Re Ga Ma Pa Dha Ni Sa Avarohana: Sa Ni Dha Pa Ma Ga Re Sa (Equivalente alla scala maggiore occidentale.) Bhoopali è probabilmente il raga più semplice da imparare perché utilizza solo cinque note e ha un suono molto chiaro e rilassante. 

Principio per apprendere 

Se vuoi imparare la musica indiana, ti consiglio di partire dalla musica classica indiana, soprattutto perché ha un sistema musicale molto diverso da quello occidentale.

Puoi scegliere tra due grandi tradizioni:

Musica hindustani — India del Nord; molto basata sull’improvvisazione, sui raga e sul tala. Musica carnatic — India del Sud; più strutturata e con un repertorio tradizionale molto ampio.

Un buon percorso per iniziare

Impara le note indiane: Sa, Re, Ga, Ma, Pa, Dha, Ni.
Sono simili alle note occidentali, ma il loro uso e la loro intonazione sono differenti. Studia i raga: un raga non è semplicemente una scala; è un insieme di regole, movimenti melodici e caratteristiche espressive. Impara il tala: i cicli ritmici, come Teentaal nella tradizione hindustani. Ascolta quotidianamente: prova a riconoscere il Sa, seguire la melodia e percepire il ciclo ritmico prima di cercare di suonare. Scegli uno strumento o il canto: per esempio sitar, bansuri, tabla, sarangi, oppure canto classico. Trova un insegnante (guru): per la musica classica indiana è particolarmente utile, perché l’intonazione, l’improvvisazione e l’ornamentazione sono difficili da apprendere soltanto dai libri.



Raga simpatici 

Troverai simpatiche immagini raffiguranti le strutture dei raga 

I risvegli musicali 

I Risvegli Musicali” di Mauro Uselli non sono semplicemente una rassegna di concerti mattutini: sono diventati nel tempo un vero e proprio format artistico, basato sul rapporto tra musica, alba, luoghi e dimensione interiore.

🌅 Che cosa sono i “Risvegli Musicali”

Il progetto nasce dall’idea di portare la musica nelle prime ore del mattino, generalmente intorno alle 8:00–8:30, quando la città e la natura stanno iniziando a risvegliarsi. La scelta dell’orario è parte integrante dell’opera: il concerto diventa una sorta di rituale d’inizio della giornata. 

Uselli stesso descrive la musica dei Risvegli come una “terapia dell’anima”, con l’obiettivo di creare un momento di quiete interiore e di serenità prima dell’inizio della giornata. 

🏛️ Il luogo diventa parte della musica

Questo è forse l’aspetto più originale del progetto.

Uselli non sceglie necessariamente teatri o sale da concerto. I Risvegli sono stati realizzati in:

luoghi storici; chiese e basiliche; piazze; belvedere; spiagge e ambienti naturali; angoli urbani dimenticati; siti che necessitano di essere riscoperti e valorizzati.

Nel 2024, per esempio, ha suonato alla Porta a Mare di Alghero, luogo storico riaperto alla città, utilizzando il contesto architettonico e il mare come parte dell’esperienza sonora. 

La filosofia è quindi quasi site-specific: non è semplicemente Mauro Uselli che suona in un luogo, ma la musica che cerca di rivelare il luogo.

🎶 Dal Bach alla musica indiana

Il linguaggio musicale dei Risvegli si è progressivamente ampliato.

In diverse edizioni compaiono:

Bach → musica classica → improvvisazione → musica indiana → raga → bansuri.

Nel 2019, ad Arzachena, il programma comprendeva Bach, Debussy e momenti di completa improvvisazione. 

Negli anni successivi il progetto si è avvicinato sempre più alla tradizione indostana. Il bansuri, il flauto tradizionale indiano, è diventato uno degli strumenti caratterizzanti del percorso di Uselli. Nel 2024, per esempio, i Risvegli alla Porta a Mare sono stati realizzati con Uselli al bansuri e Gian Giacomo Carta alle percussioni indiane. 

Questa evoluzione è particolarmente interessante perché porta il progetto oltre la tradizionale idea di concerto di musica classica.

🕉️ Il concetto di “raga del mattino”

La relazione tra ora del giorno e musica indiana è particolarmente significativa.

Nel format più recente troviamo infatti “Morning Ragas – Risvegli Musicali”, realizzato al Colle Balaguer: musica indostana all’alba, bansuri di Mauro Uselli e pakhawaj di Gian Giacomo Carta. Il progetto viene presentato come incontro fra paesaggio, silenzio, luce, mare e musica. 

Questa impostazione rende i Risvegli quasi una forma di meditazione musicale collettiva.

🌊 Non è soltanto musica: è esperienza

Una cosa emerge chiaramente dalle diverse edizioni: Uselli cerca di eliminare la separazione tradizionale fra artista, pubblico, ambiente e palcoscenico.

Nel 2021, per esempio, i Risvegli arrivarono a Sassari e furono descritti come un classicismo aperto alla dimensione mistica, con l’idea di utilizzare la musica per riconnettere l’ascoltatore con il proprio io. 

Durante la pandemia il format venne persino trasformato: nel dicembre 2020 Uselli realizzò cinque Risvegli senza pubblico, in luoghi diversi di Alghero, trasmettendoli online. 

Questo dimostra che il concetto fondamentale non era la presenza fisica del pubblico, ma il rito musicale del risveglio.

🔥 Una caratteristica fondamentale: l’improvvisazione

I Risvegli non sembrano essere concepiti come concerti rigidamente predeterminati.

La componente improvvisativa è importante: il repertorio può incontrare l’acustica del luogo, il paesaggio, il momento della giornata e l’atmosfera.

Una fonte descrive infatti il format come caratterizzato da improvvisazioni e virtuosismi musicali, mentre un’altra parla esplicitamente di performance che diventano una sorta di colonna sonora improvvisata del luogo. 

Ed è qui che il bansuri diventa particolarmente adatto: il suo linguaggio permette di lavorare sul respiro, sulle note lunghe, sull’ornamentazione e sull’improvvisazione.


🧭 L’evoluzione del progetto

Si può leggere il percorso dei Risvegli in almeno quattro fasi:

1. Il concerto mattutino
Bach, musica classica, flauto e improvvisazione.

2. La riscoperta dei luoghi
La musica viene portata in luoghi storici e naturali di Alghero e della Sardegna.

3. La dimensione meditativa
Il concerto diventa esperienza di ascolto, silenzio e interiorità.

4. L’incontro con la musica indostana
Bansuri, raga, percussioni indiane e improvvisazione trasformano il format in qualcosa di molto più vicino a un’esperienza contemplativa.

Questa evoluzione è documentata anche dall’approdo alle Goldberg Variations in chiave orientale, con le Variazioni Goldberg di Bach elaborate per bansuri e concepite in un contesto yoga/meditativo. 

In una frase

Io definirei “I Risvegli Musicali” di Mauro Uselli così:

un concerto all’alba concepito come incontro fra musica, luogo, natura, silenzio e interiorità, nel quale il repertorio classico e la tradizione indostana vengono trasformati attraverso l’improvvisazione.

E c’è un elemento molto interessante: il progetto sembra essere diventato una sorta di manifesto della ricerca artistica di Uselli, più che una semplice rassegna. La scelta dell’ora, del luogo, del bansuri, dell’improvvisazione e della musica meditativa fa parte di un’unica concezione.



Storia dei risvegli musicali 

La storia dei “Risvegli Musicali” di Mauro Uselli è, più che quella di una semplice rassegna concertistica, la storia di un’idea: portare la musica fuori dai luoghi tradizionali e farla incontrare con il silenzio, la natura, la storia e la luce delle prime ore del giorno.

L’origine: Londra e i “Breakfast Concert”

Le radici dei Risvegli Musicali risalgono all’esperienza londinese di Uselli. Durante il suo periodo a Londra sviluppò una forma di performance mattutina ispirata ai “Breakfast concert”: concerti alle prime ore del giorno, pensati non come spettacoli convenzionali, ma come momenti di ascolto intimo e contemplativo.

L’idea viene poi trasferita ad Alghero, città natale del musicista, dove il format assume una propria identità. Una fonte descrive infatti i Risvegli come un’evoluzione algherese dell’esperienza londinese, con concerti mattutini caratterizzati da una musica intima, mistica e rilassante. 

La scelta dell’ora: le 8 del mattino

L’orario diventa parte integrante dell’opera. Non si tratta semplicemente di decidere quando fare un concerto: il risveglio della città diventa parte della musica.

Le performance vengono generalmente collocate intorno alle 8:00, quando Alghero non è ancora completamente immersa nel ritmo della giornata. Il pubblico arriva nel silenzio del mattino e la musica diventa una sorta di prima voce del giorno. 

La città come strumento musicale

Uno degli aspetti più originali del progetto è la scelta delle location.

Uselli porta il flauto in piazze, fortificazioni, fontane, chiese, porte storiche, belvedere e luoghi talvolta dimenticati o poco valorizzati. L’ambiente non è una semplice scenografia: diventa parte dell’esecuzione.

Nel 2019, per esempio, una delle tappe algheresi si svolse al Forte della Maddalena, mentre la conclusione della rassegna avvenne dal balcone Eleonora, in Piazza Municipio, con le Suite per violoncello di Bach trascritte per flauto traverso. 

Ad Arzachena il progetto assunse invece una dimensione settimanale, con concerti all’ora della colazione. Il repertorio comprendeva Bach, Debussy e improvvisazione, fino alla composizione di Uselli Le Barche Solitarie. 

Dal flauto traverso al bansuri

Con il tempo, il linguaggio dei Risvegli si arricchisce della ricerca di Uselli sulla musica indiana e sul bansuri, il flauto di bambù della tradizione hindustani.

È qui che il progetto assume una dimensione ancora più meditativa: Bach, improvvisazione, raga indiani, respirazione e suono naturale possono convivere nello stesso spazio.

Nel 2023, per esempio, il format viene portato nelle chiese e basiliche del nord Sardegna e viene associato al progetto delle Goldberg Variations Hindi Bach, nel quale le Variazioni Goldberg vengono reinterpretate con il bansuri in una concezione orientale e meditativa. 

Il luogo viene “risvegliato”

Questa è forse la caratteristica più profonda del progetto.

Nel 2024, in occasione di un concerto alla Porta a Mare di Alghero, Uselli spiegò il senso dei Risvegli come incontri capaci di mettere in discussione le convenzioni, “risvegliare l’energia del luogo” e permettere alla bellezza nascosta di emergere. 

Quindi il titolo ha almeno tre significati:

risveglio della persona, attraverso l’ascolto; risveglio della città, prima che inizi la giornata; risveglio del luogo, attraverso una nuova percezione della sua storia e della sua bellezza.

Il rapporto con la natura

La filosofia dei Risvegli nasce anche dalla particolare attenzione di Uselli per gli spazi naturali. La sua attività concertistica è caratterizzata da performance in cui utilizza boschi, ruscelli, riverberi naturali ed effetti acustici dell’ambiente come elementi dell’esperienza sonora. 

Questo principio è evidente nelle più recenti esperienze di Morning Ragas, dove il bansuri accompagna il sorgere della luce sul mare e la tradizione indostana viene messa in relazione con il paesaggio di Alghero. 

Una storia ancora in evoluzione

I Risvegli Musicali non sembrano quindi avere una forma definitiva. Nel corso degli anni il progetto è passato:

Londra → Alghero → Sardegna → luoghi storici → natura → bansuri → raga → meditazione → incontro fra culture.

Nel 2024, ad esempio, la Porta a Mare è diventata il luogo di un concerto mattutino con bansuri e percussioni indiane, preceduto dal racconto storico del sito. 

E nel 2024 il progetto Suoni e Coscienza, ideato da Uselli, ha ulteriormente sviluppato questa ricerca attraverso un live meditativo e sonoro con bansuri, gatham e percussioni. 

In una frase

I “Risvegli Musicali” sono nati dall’idea di Mauro Uselli di trasformare il primo incontro fra luce, luogo, silenzio e ascoltatore in un concerto: non portare semplicemente la musica in un luogo, ma permettere che sia il luogo stesso a diventare musica.



La prima lezione con il Bansuri 

Prima lezione di Bansuri — Il primo respiro nel flauto

La prima lezione di Bansuri non dovrebbe iniziare dalla ricerca della velocità o dalla memorizzazione di molte note. Dovrebbe iniziare da un gesto semplice: mettere il flauto in relazione con il proprio respiro.

L’obiettivo della prima esperienza è prendere confidenza con tre elementi fondamentali: imboccatura, impugnatura e prime diteggiature. Tutto il resto arriverà gradualmente.

1. Prima di suonare: conoscere il Bansuri

Seduti con la schiena naturale e le spalle rilassate, portiamo il Bansuri davanti al corpo senza stringerlo. Il flauto deve diventare quasi un’estensione delle mani.

Una buona impugnatura non è rigida: le dita devono poter chiudere i fori con precisione, ma senza esercitare una pressione eccessiva.

La mano sinistra lavora sui tre fori superiori, mentre la mano destra controlla i tre inferiori.

Un piccolo esercizio iniziale consiste semplicemente nel sollevare e abbassare il flauto alcune volte, cercando ogni volta la stessa posizione delle mani. Prima ancora di produrre un suono, stiamo costruendo la memoria del gesto.

2. L’imboccatura: pensare alla voce, non al soffio

Per questa prima lezione possiamo avvicinarci a una imboccatura di tipo francese, cioè impostata con il foro dell’imboccatura rivolto verso il bordo inferiore del labbro e con un flusso d’aria controllato, sottile e preciso.

Non bisogna soffiare violentemente dentro il Bansuri.

Immaginiamo invece di pronunciare una “tù” molto morbida, lasciando uscire un piccolo filo d’aria. Il bordo del foro deve incontrare il labbro in maniera stabile, mentre l’aria viene indirizzata verso il bordo opposto dell’imboccatura.

Il primo obiettivo non è ottenere subito un bel suono.

È trovare quel punto esatto in cui l’aria comincia a trasformarsi in vibrazione.

Un esercizio creativo può essere quello del suono fantasma: soffiare per un istante, ascoltare l’accenno del suono, fermarsi e riprovare. In questo modo l’allievo impara ad ascoltare il momento in cui il Bansuri “risponde”.

3. La prima nota: Sa

Una volta trovata un’imboccatura sufficientemente stabile, iniziamo dalla nota più importante: Sa.

Nel Bansuri a sei fori, per il Sa fondamentale si chiudono soltanto i tre fori della mano sinistra.

Sa = ● ● ● | ○ ○ ○

● = foro chiuso ○ = foro aperto

Quindi:

Mano sinistra: indice, medio e anulare chiudono i primi tre fori.
Mano destra: le tre dita rimangono sollevate dai rispettivi fori.

È fondamentale non schiacciare il Bansuri contro le dita. Ogni foro deve essere chiuso con la parte morbida del polpastrello, creando una chiusura completa ma naturale.

4. Il piccolo laboratorio del Sa

A questo punto proponiamo un esercizio molto semplice.

Suonare:

Sa — pausa — Sa — pausa — Sa

Ogni Sa deve avere la stessa qualità.

Poi:

Sa…… Sa…… Sa……

allungando progressivamente il respiro.

L’allievo non deve ancora preoccuparsi di suonare forte. Al contrario, deve cercare un Sa stabile, centrato e respirato.

Possiamo immaginare che ogni nota sia una piccola candela: il respiro deve essere sufficiente a mantenerla accesa, ma non così aggressivo da spegnerla.

5. Imparare a sentire le dita

Dopo alcuni tentativi, togliamo temporaneamente l’attenzione dal suono.

Chiudere i tre fori della mano sinistra.

Aprirli.

Richiuderli.

Ripetere lentamente.

L’esercizio serve a creare una connessione tra occhio, mano e memoria tattile.

Il vero progresso arriva quando le dita cominciano a trovare i fori senza doverle controllare continuamente con lo sguardo.

6. Il primo dialogo tra respiro e dita

Ora uniamo le due cose.

Impugnatura → imboccatura → respiro → Sa.

Non cambiamo posizione mentre suoniamo.

Inspirare tranquillamente.

Portare il Bansuri alle labbra.

Chiudere i tre fori della mano sinistra.

Produrre il Sa.

Lasciare terminare il suono.

Riposare.

Ripetere.

Questa piccola sequenza, apparentemente elementare, contiene già una parte essenziale dello studio del Bansuri: controllo del corpo, precisione delle dita, gestione del respiro e ascolto.

7. Una prima regola da ricordare

Il Bansuri non deve essere “forzato” a suonare.

Bisogna piuttosto imparare a mettersi nelle condizioni perché possa suonare.

Un principiante potrebbe pensare:

“Devo soffiare più forte per ottenere il suono.”

La domanda più utile è invece:

“Come posso indirizzare meglio l’aria?”

È una differenza fondamentale.

La prima lezione termina quindi non quando l’allievo conosce molte note, ma quando riesce a produrre il suo primo Sa consapevole, mantenendo una buona impugnatura, un’imboccatura controllata e una posizione delle dita corretta.

Da quel primo Sa comincia il vero viaggio nel Bansuri.


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